Le gabbie invisibili

Pubblicato: 4 novembre 2010 in 2010

Ovvero: quando la razionalità ostacola la realizzazione dei nostri sogni. Sono cresciuta nel tentativo di far quadrare le emozioni. La riga immaginaria mi ha fatto guardare dove non avrei dovuto stare. Un livello minimo. Noi stavamo con i dottori, gli architetti, i dirigenti. Quello avrebbe dovuto essere il punto di arrivo. E di partenza. Solo che per molto tempo io non avevo idea di chi fossi. Architetto io? Dottoressa? Dirigente? E secondo quale talento? Non ho avuto lucidità sufficiente per vedere una luce da seguire per realizzare il mio presente. Mi sono rifugiata in un oltretempo. Ero sicura che alla fine le cose mi si sarebbero chiarite e che tutto si sarebbe sviluppato secondo un ritmo naturale. Forse è l’inganno dell’infanzia: una crescita universale, tappe che si susseguono da generazioni e per generazioni con regolarità più o meno identica. Ma, a un certo punto, devi proseguire da sola.

E se non sono capace?

Difficile. I genitori non sono più un punto di riferimento, perché mi vedono ancora piccola, perché non mi capiscono, perché giudicano i miei amici secondo schemi insopportabili, diversi dai miei che rifiuto i vostri quindi rifiuto voi e prendo i miei amici. Solo che siamo tutti imitazioni di adulti, chi più sbruffone, chi più timido, chi più sfacciato. E del mondo ne sappiamo poco e ne parliamo molto. È il momento delle tinte forti: bianco / nero, con me o contro di me. Basta anche molto poco e tutto si infrange e viene voglia di morire, perché credi che non ce la farai. Oppure si prendono strade dolorose, magari pensando di colpire anche un padre o una madre che si ostina a stare sullo scranno del giudice, invece di scendere ad abbracciarti. Basterebbe così poco. Oppure no, perché la corazza che vuoi intorno al cuore impedisce di vedere la tua mamma o il tuo papà che ti stanno cercando. Che ti tendono la mano. Che vorrebbero capire dove stai andando.

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