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Gocce

Pubblicato: 17 dicembre 2019 in 2019
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Tranquillamente scrivo. Divano, gambe incrociate, portatile. Il resto mi sembra lontano quando le parole mi bussano dentro e urlano per poter uscire. Una danza sfrenata, nella mia testa, discorsi disordinati che si allungano, si accorciano, si combinano. E piano piano metto a fuoco. Osservo il serpentone di lettere e parole e tutto ha un senso, il mio senso.

Non mi resta che scrivere, a questo punto. E cercare di afferrare le altre immagini e i colori che aspettano in disparte di raggiungere la tela, la mia tela.

Voci lontane piano piano mi raggiungono. La discussione che proviene dalla cucina ha già raggiunto toni fastidiosi.

Sospendo il mio viaggio.

Altre parole improvvisamente mi scoppiano dentro, dure, violente.

Non è ancora il momento.

Respiro. Vedo le gocce. Quelle che da un bicchiere anestetizzano tutto, lasciandoci solo la visione di quella faccia, specchio di una rabbia ingabbiata chimicamente.

E quelle più brutte, e cattive, che scavano dentro, giorno dopo giorno, buchi nell’anima di cui ignoro la profondità.

La notte è piccola

Pubblicato: 9 maggio 2018 in 2018
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Non ricordo a che ora sono crollata. Ma sicuramente alle quattro e mezza ero completamente sveglia. Ci ho provato a ingannare la realtà, ma l’idea di tutte le cose da fare prima di uscire ha preso il sopravvento e pace! Giù dal letto e diamo il benvenuto al nuovo giorno. L’alba è ancora lontana, ma gli uccellini sono già attivi e questo mi fa sentire meno sola.

Fatto tutto e anche di più. Posso partire. In metro ho optato per la musica. Una casuale playlist particolarmente godibile ha supportato il mio già evidente buonumore. Bohemian Rhapsody versione live è in totale sintonia con la mia giornata, tanto che mi verrebbe voglia di ballare.

Evito.

I pensieri di sempre sono parcheggiati nell’area della Speranza, per sempre o fino a quando la rabbia o lo sconforto prenderanno il sopravvento. Oggi non me ne curo. Sono invece attirata dal dialogo che osservo tra una bambina e sua madre. Penso che i bambini comunicano con tutto quello che hanno: parole, sguardi, gesti. La ricerca continua di un contatto fisico serve, probabilmente, a individuare i confini del loro mondo che, giorno dopo giorno, si allarga sempre un po’.

Poi penso a Giovanni, che comunica da oltre il suo muro, con quegli splendidi occhi che lanciano stilettate raggelanti, talvolta. O piene di tracce di fragilità a cui, però, raramente permette di avvicinarmi. Poi, succede, che il Giò di sempre torna, e lo sguardo va in sintonia col sorriso e finalmente si può parlare. Adolescenza.

Poi ci sono gli adulti, che molto spesso comunicano nascondendosi: nei formalismi, nelle bugie, nell’ostinata volontà di proiettare un’idea di sé. Inutilmente. Abbiamo tutti le chiavi per smascherare l’intruso, anche se a volte ci ostiniamo a non volere vedere. A sperare.

Banale augurarsi di conservare vivo il bambino che siamo stati il più a lungo possibile. Aprirsi al mondo con spontaneità e fiducia. Accettandone rischi e vantaggi. Uscire da angolini che sembrano rassicuranti ma che, in realtà, soffocano quello che di più bello abbiamo: la nostra anima.

Questo piccolo grande viaggio

Pubblicato: 4 marzo 2017 in 2017
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Metti di trovarti immerso nella natura quella bella, imponente, maestosa.

Metti che nella valigia, senza accorgertene, hai infilato tutti i tuoi pensieri.

E succede che, nel bosco, dove il silenzio è vero silenzio, una scheggia impazzita inizia a ballarti dentro colpendo a caso tante parti di te, in un viaggio che parte dal cuore e arriva all’anima e non c’è più controllo.

Essere sola o in mezzo a cento persone. Ininfluente. Il cervello non comanda più e il corpo vive e reagisce a questo girotondo di emozioni. E capisco che non ha senso opporsi ma vivere e lasciare vivere: da qualche parte approderò.

Non metto a tacere l’ansia, per oggi. Lascio che partecipi alla festa. Non cerco parole consolatorie, non mi servono, non cerco scuse, né colpevoli. Forse l’unica cosa che voglio è la certezza di avere la forza, dentro di me, di cambiare. Partendo dal corpo, trascurato e messo in un angolino. Sento un urlo, un’esigenza di vita, che inizia proprio lì. E poi tutto il resto. Forse cercavo fuori un sorriso da condividere. Da oggi l’ho ritrovato dentro di me.