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Venerdì sera. Fine lavoro. Metropolitana. Penso. Un bicchiere di vino, per planare dolcemente nel fine settimana.

Penso. Mi sento ferita, ma non faccio l’errore di cedere alla rabbia. No. Ho cose più importanti da fare che accartocciarmi in mille sterili ragionamenti che non cambiano nulla. È evidente che ci sono persone che si sentono autorizzate a vedermi (e trattarmi) come una stupida. A prendere le mie frasi, svuotarle, decontestualizzarle e sbattermele in faccia. Va bene così. Magari trovare le palle per essere sinceri sarebbe stato più gradito. Ma almeno ora è tutto chiaro.

Cerco di rientrare e ficcare in fondo all’anima l’amarezza. Cerco di sorridere. Prendo il mio bicchiere di vino, qualche oliva e i crostini di mais: vorrei solo planare dolcemente nel weekend..

Penso al colloquio di mercoledì. A quanto costa ammettere che tutta la strada che credevo di aver fatto in realtà sono solo pochi metri. E che questo mi ha di nuovo tolto il fiato. Ho ricominciato a respirare con fatica. A cercare aria. E capire che così non va bene.

In pochi giorni è cambiato tutto. Ma oggi ho imparato a ripartire con le carte che ho in mano. Ho obiettivi chiari, mi sento solo un po’ più sola. Ma ho un’immagine nitida nella mia testa, che mi aiuta quando vado in affanno.

Qualche sorso di vino. Qualche oliva. Due crostini. Toni rabbiosi e recriminazioni. Volevo planare dolcemente nel weekend, ma non è questo il mio momento. Non cedo alla rabbia, però. Ho troppe cose da fare per consegnare il timone a chi mi ferisce.

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E alla fine: il sole!

Pubblicato: 3 febbraio 2019 in 2019
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Neve. Pioggia… pioggerellina… foschia….

Poi parole: tante… Troppe!! Toni aggressivi. Urla.

Inchiodata a quella sedia vedo il mio programma sgretolarsi… e cerco le risorse per resistere, mentre immagino come sarebbe stato bello essere sulla riva di un qualunque mare d’inverno, magari sorseggiando un calice di prosecco che a stomaco vuoto libera da tutte le catene… e cominciare a ridere e a dire cazzate, in compagnia di chiunque volesse starmi vicino senza giudicare, senza pretendere, senza niente, solo cazzate e risate. Solo leggerezza. E silenzio. In cui riporre tutti gli errori.

Poi guardo fuori e c’è il sole. E guardo dentro di me. Sento qualche raggio raggiungere il cuore e scalfire e sciogliere un pochino quel ghiaccio che mi tiene al riparo dall’Amore. Ma non dalla rabbia. Né dalla gabbia in cui, ostinatamente, cerco una nuova dimensione in cui ritrovarmi.

Infiniti mondi

Pubblicato: 29 gennaio 2019 in 2019
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Il pomeriggio è freddo ma c’è il sole: come faccio a stare a casa?

L’incontro di oggi mi trova impreparata. Quando vengo investita da quel torrente in piena di parole vedo chiaramente che non ce la posso fare. Guardo la persona e annuisco. So che non si aspetta questo da me. Vuole di più. Mi sollecita a intervenire. Vuole la mia visione alternativa. Ma, cazzo! Ho bisogno di tempo!

Come faccio a spiegarti dove sono? È che ho “viaggiato” tanto, ultimamente. Ho dovuto esplorare il mio mondo, disegnarne la mappa; scoprire le trappole e combattere contro la paura. Ho trovato un varco. Esco e rientro, infinite volte.

“Hai idea di quanti mondi ci sono là fuori?”.. È questo quello che vorrei dirti. Ma sono sicura che non capiresti. Eppure te lo urlerei in faccia! Esci da quella rabbia. Guarda l’enorme opportunità, ora che il tuo mondo di prima è stato raso al suolo. Guarda nelle pieghe della tua anima, guarda nei posti più nascosti. Ascolta le voci meno ovvie. Sii pronta a mettere in discussione tutto. Fai quello che non hai mai fatto, pensa a te avvicinandoti a quello che avevi rifiutato. Rivalutati, completamente: pensa a quello che di te è stato stabilito da altri. Vale ancora?

Ma tu non vuoi volare. E io non posso (più) strisciare. Comunque ti fidi, e ricominci a parlare. E io ti ascolto. Mi sento felice, perché ho finalmente visto tutta la strada che ho fatto. Ci incontreremo un giorno. Forse.

Il magico potere del disordine

Pubblicato: 12 gennaio 2019 in 2019
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Ordine nel caos.

Chi mi conosce, chi ha avuto la (s)fortuna di frequentarmi da vicino, lo sa: vivo nel casino! Ho abitato una vita in una casa da copertina, in ordine, pulitissima e curata. Ovunque. Tranne una camera: la mia. Blindata, chiusa a chiave e dentro una montagna di cose, ovunque. Una volta mi hanno detto che era il modo di rendere del tutto inaccessibile il mio mondo. E da allora è finita: il mio disordine aveva una filosofia, perché cambiare?

Poi mi sono scelta una casa e mi sono ritrovata in un mondo che non mi aspettavo e, soprattutto, non avrei mai voluto. Il mio disordine esteriore doveva essere moderato ma, soprattutto, per rendere accettabile la quotidianità, cercavo di mettere ordine nei gesti, nelle parole e nei ritmi, un rigore assoluto per alleggerire le nostre esistenze, perché tutto avesse comunque un senso. Mi raccontavo le favole. E in questo mondo tutto aveva un senso. Tutto appariva persino normale. Non ho mai perso il mio sorriso. Altro, però, sì.

Caos nell’ordine.

Non lo so se sia successo anche prima. Sicuramente io non sarei stata in grado di sentire, vedere e capire.

C’è stato un momento, molto dopo il punto di non ritorno, in cui mi sono  sentita pronta ad aprire le finestre e farmi raggiungere. Da una brezza, inizialmente. Che si è trasformata in un vento via via più forte. Fino a una miracolosa tromba d’aria. Devastazione. Caos!

Il cambiamento ha bisogno del Caos. 

Improvvisamente: sono sparite le certezze, i principi, le idee di sempre. Ho sentito una libertà mai provata prima. Le voci lontane di chi non capiva non mi raggiungevano. Sottofondo senza importanza.

Sacher a parte, ho messo in discussione TUTTO.

Quello che mi ha portato a una vita senza senso, perché mai dovrebbe essere la base per la persona che voglio essere? 

Demolire le certezze. Guardare oltre le idee di me stessa, su me stessa. Distruggere i ruoli, i ritmi, le gabbie. E’ un viaggio senza ritorno ed è magnifico. 

Non è tutta farina del mio sacco. Ho incontrato chi ha saputo farmi procedere superando la normale razionalità, con creatività e come mai ho fatto nella mia vita.

Il castello di rabbia è crollato, e mi trovo a pensare: ca..o! tutto è ancora possibile!

Non lo so se è proprio vero. Alle volte so che sarebbe più facile fermarmi e accettare che è andata così. Sedermi e aspettare. Che l’esuberanza passi. E i desideri si plachino. E l’energia si spenga. E accettare i normali ritmi dell’esistenza. E in qualche modo andare avanti. Rimettere un po’ di ordine fuori di me. E accettare il disordine dentro di me. E…

che ca..o!! NO!!

PS: Grazie. A chi ha portato, porta e porterà disordine nella mia vita.
Ma non è più necessario “occuparsi” di me.

IMMAGINE: Joost J. Bakker [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons

Treno. Si torna. Vorrei dire a casa, ma non è proprio così. Forse si, per certi aspetti. Ma in realtà sento che tutto quello che so e che voglio, di me e da me, sta dentro lo zainetto che mi porto dietro.

Come sempre, incontrare le amiche di una vita mi arricchisce. Anche solo di domande. Che meritano risposte sincere. Da me e per me. Ci sto pensando.

Anche qui, nei ruoli di sempre, sono stata una figura sbiadita. Come figlia, non ne parliamo. Insofferenza e disabitudine non hanno restituito la migliore me. Come mamma di un ragazzo influenzato.. vogliamo parlarne? sempre in giro e refrattaria a tutti i consigli che arrivavano, assente e arrogante, quindi.

Ok. Devo ritrovare un po’ di dolcezza… prima o poi. Perché sto abbattendo alcuni muri: e lo devo fare con forza, per fare un buon lavoro. Veloce. Inesorabile. Inevitabile. E quello che già vedo, oltre il muro e le macerie, mi piace, mi attrae, mi stordisce e inebria. Devo proseguire per questa strada, perché è quello che voglio.

Per chi si trova lungo la mia strada: pazienza. È un momento di disequilibrio. Ma è uno dei periodi più interessanti e intensi della mia vita. Da molto. Moltissimo tempo.

L’ultima volta

Pubblicato: 26 dicembre 2018 in 2018
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Camminando per Padova oggi so che c’è un posto in cui ho voglia di passare. È più di una voglia: è un’urgenza.

Le cose sono molto cambiate.

L’ultima volta che sono passata a trovarti avevo tantissima rabbia in corpo. Tutti i passi che facevo (ed erano veramente tanti) non riuscivano a calmarmi. Non elaboravo pensieri. Ero cieca e sorda; non mi arrivava il sole, non mi toccava il vento, non sentivo né amore né parole. Niente partiva, niente arrivava. Tutto veniva fagocitato dalla rabbia.

Ho pensato che eri l’ultima speranza per cambiare le cose. Ed è successo. Tu, che non mi hai mai giudicato, hai permesso a mio dolore di uscire. Ho trovato un angolino e ho lasciato le lacrime scorrere, finalmente. E aspettato che uscissero tutte, per potere ripartire libera.

Di fronte a te ho provato tanta vergogna, per come ero diventata. Sconfitta. Senza un’idea di come uscire da tutto quello che era la mia vita.

Ecco.

L’ultima volta ero quello che ero. Oggi è tutto diverso. Penso che ti piacerebbe vedere chi sono, anche se non tutto è risolto.

L’ultima volta mi sembra tanto lontana. E non c’è situazione in cui non abbia pensato che avrei voluto condividere finalmente e veramente con te le mie idee. Capire se avresti potuto vedere dalla mia prospettiva le scelte che sto facendo. Non potrei dirti proprio tutto, per pudore e opportunità. Ma non farei più finta che vada tutto bene. È comunque un dialogo che non ho mai interrotto, nonostante tutto.

Quanto mi piacerebbe avere un ultimo abbraccio, papà.

Oggi. Sempre.

Il (mio) Natale

Pubblicato: 22 dicembre 2018 in 2018
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Non molto tempo fa, la persona che ero passeggiava tra itinerari rassicuranti e montagne di abitudini che ora riesco a inquadrare come catene ma che rendevano, allora, accettabile la mia vita.

Il calendario scandiva le giornate i mesi gli anni, e io aspettavo il momento in cui avrei potuto essere felice.

Facevo le cose che andavano fatte, perché da sempre si fanno, e zittivo la tristezza che sentivo nel fondo della mia anima.

2018. È arrivato il Natale, anche quest’anno. E per la prima volta non ho fatto quello che andrebbe fatto, perché da sempre si fa: scendere in cantina, programmare quei due o tre viaggi su e giù, riempirsi di scatole e sacchetti e ricomporre l’albero, riempirlo, illuminarlo. Tirare fuori tutto. Spargere qua e là richiami. Presepe. Ghirlanda alla porta. Calze vuote. Oro. Rosso.

Accendere le luci dell’albero e sentire l’effetto che fa. Far partire la compilation su Spotify e osservare. Panoramica.

Posso dirlo? È il (mio) Natale migliore! Senza simboli e pupazzetti, campanellini e brillantini. È una scelta: festeggio la vera nascita, della mia vita che assomiglia ogni giorno di più a quella che voglio. Un Natale di sostanza, poca apparenza. Le aspettative non sono più campate in  aria, ma hanno radici ben piantate e attendono il tempo giusto per germogliare.

Ho incontrato e accolto persone che hanno saputo portarmi verso i miei confini per farmi guardare oltre e scoprire che c’è molto di più. Che posso molto  di più. Che voglio molto di più.

Ed è lì che mi porterà il viaggio. Frantumare le convinzioni e le convenzioni, le idee e i non posso. Accettare i rischi e le prove. E viaggiare. Andare. Scoprire. Rinascere.

Buon Natale, qualunque sia.