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Fuori dal labirinto

Pubblicato: 28 Maggio 2018 in 2018
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È qualche giorno che vago nel disordine. Alimentare, soprattutto. Ma non solo: è come se tutte le certezze fossero state spazzate via. Quello che fino a qualche giorno fa era stato catalogato tra le cose esaminate-capite-rifiutate-o-accettate mi è esploso tra le mani e mi imporrebbe una nuova valutazione.

Solo che non mi va.

Il solito “aiutino” non richiesto: esci dalle certezze. Ripensa alle cose senza dare niente per scontato. Già. Come quella volta (probabilmente l’ho già raccontato). Di un fidanzato che, nell’ultima agonizzante fase della nostra storia, il giorno del mio compleanno si era organizzato per uscire con i suoi amici. E la cosa più grave è che io trovassi tutto ciò NORMALE e ACCETTABILE.

La battuta di una persona ha aperto un varco nella nebbia e mi ha risvegliato, segnando il punto di non ritorno: la storia è finita in quell’istante. E mi sono ripromessa di non accettare MAI PIÙ di essere trattata come un grazioso soprammobile.

Ehm ehm…

Ora. Oggi. Purtroppo ho ancora valutato come NORMALITÀ delle clamorose mancanze di rispetto. Ho ritenuto PIÙ CHE ACCETTABILE accontentarmi. In qualche modo, c’è uno strato solido di terriccio dove semi sbagliati crescono rigogliosi senza essere riconosciuti. Una delle newsletter che ricevo, proprio oggi suggerisce di chiedersi tutti i giorni: “ma tu, chi sei veramente?”

Perché no? Potrebbe essere una strada. Perché siamo tante cose. Viviamo tra colori e sfumature. Altaleniamo tra dubbi e certezze. Un minuto belli, subito dopo brutti. Accasciati dallo sconforto o trasportati dall’energia dell’ottimismo. Grassi, magri, così così…

Iniziare la giornata guardandomi allo specchio e, con sincerità chiedermi: “ma tu, chi sei veramente?”

Non un grazioso soprammobile. Una donna. Che ha ricominciato a vivere. Nei dubbi, nelle sfumature, con un certo ottimismo. Non perdete tempo a indicarmi la strada. Ma camminate al mio fianco condividendo con me la vostra natura imperfetta. Quanto la mia. Nella sincerità. Che è l’unica porta di accesso che mi interessa.

Vivo in tuta

Pubblicato: 1 febbraio 2016 in 2016
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chaos

e lo so, che è il minimo della vita. E’ quando prevale la stanchezza. E’ quando ci si rende trasparenti. La cosa grave è che ci ho dovuto fare caso. E’  talmente ovvio che è diventato naturale. C’è da portare giù Romeo, la mattina, infilo la tuta e via. Certo il proposito è di cambiarmi quando ho libero accesso alla camera. Ma vengo rapita dagli impegni, la voglia si disintegra e una pigro senso di comodità prende il sopravvento.

Nessuna attinenza con lo sport, che ho parcheggiato in attesa di energia.

Il cibo. Sono tornata ad un certo disordine. Non ne sono fiera. Ma l’impulso verso il dolce è una droga. Mentre le verdure, in tutta sincerità, non mi fanno nessuna simpatia. Ho un po’ più di attenzione verso la casa, che cerco di tenere, nei miei standard, in ordine e pulita. Ieri mi sono addormentata fissando il buon proposito di liberare gli armadi dalle cose inutili. Lavorone, eh… Oggi però non ho mosso un dito in tal senso.

La biancheria da lavare/stirare: fino a due giorni fa erano due sconfortanti montagne. Una l’ho scalata, nel fine settimana. Ho iniziato l’altra, il lavaggio, che ha bisogno dei suoi tempi.

La realtà è che se si lascia correre, come ho fatto io per molti motivi, ogni aspetto della vita, della casa, delle cose e dell’anima (o come si voglia chiamarla) si riempie di scorie quasi senza che ce ne accorgiamo. Poi prevale la fatica. E l’accumulo continua.

La cosa bella, però, è che non è irreversibile. Prima o poi, arriva quel momento in cui ci si sente soffocare. Quindi, si aprono i sacchetti, si riempiono senza guardare e ci si libera di tutto. E’ la ricerca dell’essenziale. E’ quello di cui ho bisogno.