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hands, hold, baby, feet, rings

Mi sono immaginata piccola piccola e, di fronte a me, un enorme foglio di cartoncino bianco; un pennarellone rosso in mano. La mia voce, fuori campo, che urla: “Avanti! scrivi!”

E io che fisso questo fragile muro di carta e non so da dove iniziare.

Voglio che domani sia diverso da oggi. Cosa devo cambiare? Cosa devo eliminare? No, questo lavoro non posso farlo pubblicamente, devo rifletterci da sola.

MA. Recentemente ho visto un video di una giovanissima blogger romana che, parlando di un amore finito, elencava tutte le prime volte vissute con lui. Ho trovato molto intelligente questo modo di ‘mettere in valigia’ le esperienze che ogni fine ci lascia. Ho lasciato marinare dentro di me questo stimolo per varie settimane.

Io, ho sempre fatto l’errore di mettere l’etichetta PASSATO sui rapporti che si chiudevano, con il pessimo vizio di trascinarli fino alla decomposizione totale. In modo da evitare rimpianti. Poi, facevo i conti con i vuoti. Ma. Alla fine di ogni storia, siamo il risultato di una maturazione che, inevitabilmente, porta (almeno) due nomi. Quindi, riuscire a salvare quanto di buono ogni essere umano che transita nella nostra esistenza ci lascia, è il modo migliore per dare valore al nostro cammino, e alle nostre scelte, anche nelle storie più ‘sbagliate’.

Forse questa è una delle chiavi che stavo cercando, nel mio continuo movimento. Come i cercatori d’oro, prendo in mano un setaccio e inizio la ricerca.

Ovunque si sente esaltare il valore della gratitudine. In questo senso, riconoscere che la bella persona che sono oggi (scusate, me lo dico da sola…) ha tanti meriti condivisi, mi fa sentire che, anche in questo bivio esistenziale, non sono così sola. Perché dentro di me ci sono  particelle di tutte le persone che, nel bene e nel male, vicine o lontane, piccole o grandi, hanno condiviso qualcosa con me.

Grazie.

Grazie.

Pubblicato: 18 aprile 2017 in 2017
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Ci sono momenti nella vita in cui è doveroso dire grazie.

Quando si procede nel buio non si vede bene a cosa ci si aggrappa, capita di sbagliarsi e di scivolare ancora più giù. Oppure si trovano dei solidi sostegni, che aiutano a rimanere a galla.

Nel frattempo si semina, si semina, si semina. E si spera che l’inverno passi, il sole faccia la sua parte e la primavera accolga i germogli.

C’è un tempo, però, in cui bisogna lavorare molto profondamente. Esplorare terreni che sono scomodi da raggiungere, in cui ci sono le parti più deboli di noi, con un enorme potere di boicottaggio. In qualche modo bisogna raggiungerle, riconoscerle e affrontarle. Sono parti di noi. Non bisogna eliminarle, hanno comunque una funzione, probabilmente un eccesso di protezione. Bisogna ripartire da qua. E da qua sono ripartita. Riconoscendomi anche nelle profonde debolezze che, comunque, fanno di me quello che sono.

I terremoti personali hanno tirato fuori il meglio di me, mi hanno dato una visione chiara di chi sono io e le persone intorno a me. Mi hanno fatto scoprire il sole dove non vedevo luce. Ho trovato grandi conferme e nuovi giacimenti di emozioni. Evito nomi e cognomi. Ma a tutti: GRAZIE!

La primavera sta accogliendo i primi germogli.Voglio credere che siamo solo all’inizio.