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Carnevale 2017… Carnevale 2018!

Pubblicato: 13 febbraio 2018 in 2018
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Ok, lo so.. non è trascorso un anno solare da allora. Preferisco, però, agganciarmi al periodo. Un anno fa, dopo mesi difficili, partivo con Giò destinazione montagna. Volevo solo staccare la spina. Ricaricarmi. Respirare aria pulita. Certo non immaginavo un incontro tanto “violento” con la realtà.

Rimettermi  gli sci dopo anni di scuse mi creava disagio e paura. Ma era niente quanto cercare di raccattare pezzi di abbigliamento in cui entrare e che non mi facessero apparire come uscita direttamente dagli anni Ottanta. Senza riuscirci, purtroppo. Ho fatto come in altre occasioni: ignorato lo specchio e cibandomi di frustrazione e rabbia sono uscita, senza l’ombra di un sorriso. Una volta indossati gli scarponi mi sono resa conto che era troppo. I vestiti, orrendi nel complesso; gli scarponi e gli sci, che da trasportare fino agli impianti sembravano pesanti come macigni. Giò, che non vedeva l’ora di sciare e che stava, giustamente, perdendo la pazienza, non capendo le mie paranoie. Io, che non sapevo dove trovare l’energia per arrivare al passo successivo, al momento successivo.

E, arrivata sulle piste, sapere che avrei voluto essere altrove. Che il sorriso di Giovanni non mi aiutava. Che mancavano talmente tante ore al rientro da farmi sentire male. Non gli stavo dietro. E’ come se mi fossi portata una zavorra pesantissima che  andava oltre i chili di sovrappeso. E quando mi sono ritrovata in quella stradina nel bosco, completamente sola, avevo un’unica voglia: levarmi quei maledetti sci, quegli strettissimi scarponi, per buttarmi sulla neve fresca, piangere magari, svuotare il cuore e la testa, e rimanere lì, inglobata in quel paesaggio candido,  fino alla primavera. In quel preciso momento, in cui tanto fallimento mi toglieva il respiro, ho sentito chiaramente il tonfo. Ero arrivata. Non volevo scendere più in basso. Era proprio quello il momento di prendere in mano le redini, cercare la strada, riappropriarmi di tutto.

La prima cosa era sistemare Giovanni: cercargli un maestro che lo portasse in giro qualche ora. Io avrei fatto l’ultima pista della giornata e, in mezzo, avrei scaricato tutte le lacrime che mi serviva scaricare, per ritrovare la grinta per il primo passo. L’aver deciso non era garanzia di successo. Erano tante le cose da affrontare e non avevo minimamente idea di come fare. Non sapevo se avrei avuto tanta forza.

E’ passato un anno, non sono più quella persona là. Ho fatto tanta strada. Ho perso tanti chili. “Stai bene…” “Stai male…” “Non è che stai esagerando?” “Caspita! stai benissimo!” “Come hai fatto?!” “Hai bisogno di uno psicologo” “Quando vai dal dottore?!” “Sicura che è solo la dieta?” “Sembri una ragazzina” “Eri più bella prima” “Sei proprio bella, lo sai?” (…)

La verità è che, oggi, mi voglio bene. Mi piace guardarmi allo specchio. Il percorso non è stato sempre facile. Sono caduta cercando quello che non avevo ancora trovato dentro di me. Ho scambiato per oro quello che oro non era. Pensavo di potermi appoggiare ma i sostegni non hanno retto. Il corpo, da mero trasportatore di una testa fin troppo attiva, è finalmente esibito, in piena armonia con la testa, ancora troppo attiva, e il cuore, un po’ acciaccato ma vivo. Buon primo anniversario! Altra strada ci aspetta!

Il gioco delle tre carte

Pubblicato: 3 Maggio 2017 in 2017
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In questo periodo, da qualche settimana, ho agito di cuore. Dovevo vedere tante cose e farlo senza troppa testa. Dovevo valutare passato, presente e futuro. Individuare strade per ripartire, cercando di non essere sopraffatta dalle idee degli altri. O dalle mie, ma condizionate dall’eterna scarsa fiducia.

In sintesi: ho agito in piena libertà per esplorare il mio mondo a trecentosessanta gradi. Il risultato è stato un agire convulso, disordinato, esplosivo; vitale, dinamico. Tipo pallina di flipper, ho trovato stimoli ovunque, e ogni volta sono ripartita con energia rinnovata. A volte troppa. Veramente troppa.

Da qualche giorno si è unita la testa, era inevitabile. Mi sono ritrovata improvvisamente stanca. E le idee ancora più confuse. Il grande inganno è stato, probabilmente, di ritenere che tutto si sarebbe risolto con una certa facilità: io chiedevo il mondo e il mondo mi arrivava tra le braccia, per una volta disponibile a giocare con me.

Però, in tutto questo, sono emerse le ferite, le fragilità che mi condizionano nel percorrere le nuove strade. Mi ero illusa che bastava l’energia vitale. No. Devo fare i conti, finalmente, con tutto quello che mi ha portato in questo labirinto. Capire le direzioni sbagliate. E arrivare all’uscita. E scoprire che riuscirò nuovamente a FIDARMI.

Oggi, dopo tanto tempo, un’immagine mi ha riportato a qualche anno fa. E, dopo tanto tempo, una punta di nostalgia si è fatta largo nel mio cuore.

Nascere non basta.
È per rinascere che siamo nati.
Ogni giorno.
(Pablo Neruda)