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Occhi aperti

Pubblicato: 9 luglio 2020 in 2020
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La notte è un tormento. Tutte le sensazioni sgradevoli tenute in qualche modo a bada durante il giorno esplodono nel buio in quella zona tra la testa e il cuore, danzando una violenta taranta che mi toglie il fiato restituendomi solo rabbia.

Risveglio dopo risveglio arriva l’alba, le ombre si placano e rientrano nei loro abissi, per qualche ora di pace. Arriva il sole. Devo tenere gli occhi aperti, impadronirmi della luce, tanta luce. Cammino, cercando di non abbassare lo sguardo: voglio farmi raggiungere. Le mie esplorazioni devono lasciare la loro traccia, incatenare quel loop di pensieri che, come sabbie mobili, non mi permette di andare avanti. Occhi aperti, cazzo! desidero ancorarmi alla realtà per vedere i sentieri, le tracce, le briciole di pane. Occhi aperti! Le emozioni sono più grandi, quando capisco come il mondo reagisce ai miei movimenti. Occhi aperti!

Ogni tanto mi distraggo, abbasso lo sguardo, annullo la realtà e sento l’ansia aprire quella porta, le ombre come sirene mi richiamano e io scivolo lentamente nel buio. Ma non è più come prima. Non procedo sconfitta senza meta. Sento la voce del vento ripetere come un mantra: “Apri gli occhi.. apri gli occhi..”. Basta poco, e sono di nuovo nel posto giusto, tanta luce intorno, sguardo nel mondo e qualche speranza. Ascolto le parole di chi accompagna il mio percorso. E ogni volta penso che mi piacerebbe tanto riuscire a vedere quelle risorse che vede in me. Vederle oggi, ora, subito. E viverle. Vivere.

Foto di Alexandr Ivanov da Pixabay

C’è sorriso e sorriso

Pubblicato: 23 giugno 2020 in 2020
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Spesso ci incontriamo la mattina. Qualche minuto, tante parole e poi via, ognuna nella sua vita. La guardo nella sua straordinaria bellezza, quella massa riccioli rossi che incorniciano un viso solare. L’inquietudine traspare ogni volta che parla, che mi fa intravvedere frammenti della sua storia. Che non è una storia di vittoria o di sconfitta, ma di una lotta che continua.

Abbiamo bisogno di sapere che andrà tutto bene, scordandoci che non è mai una meta, è solo una tappa. Camminiamo costantemente sull’orlo di un baratro, cosa positiva quando abbiamo le risorse, e le energie, per stare saldamente sul sentiero. Il problema è quando siamo soli e non vorremmo esserlo, siamo stanchi e non possiamo fermarci, non riconosciamo la strada e abbiamo perso la bussola.

Poi incontri un sorriso, che a ben vedere è molto simile al tuo, una porta d’accesso a un mondo che non è per tutti. C’è chi si accontenta e si ferma sulla soglia. Chi giudica e si disinteressa. Chi vede oltre, e apre uno spiraglio. Penso che le nostre sofferenze abbiano parole diverse. Che tu possa capirmi come io posso capirti. Che mi casa es tu casa, chica! E che forse un giorno potremo chiamarci: AMICHE.

Foto di Мария Ткачук da Pixabay

Alla fine del sogno

Pubblicato: 5 giugno 2020 in 2020
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Fino a qualche anno fa era l’acqua l’elemento costante nei miei sogni. Onde gigantesche, alte quanto grattacieli, navigli limpidi, acque torbide, lunga risacca, siccità… Oggi è la luce. Una bella luce. Tanta, piena, accogliente, mai accecante. Generalmente accompagnata da un affascinante gioco di chiaroscuri.

Ecco. E’ successo di nuovo, stanotte.

Devo uscire. Ho un appuntamento importante. Sono quasi pronta, gli ultimi dettagli mi fanno andare in camera da letto. Mi accoglie un’esplosione di luce e solo in un secondo tempo mi accorgo che c’è una donna sul mio letto, sdraiata a pancia in giù, con i piedi sul cuscino e allungata in diagonale, fisico mozzafiato, capelli scuri, ricci e lunghi. Non vedo la faccia, affondata tra le lenzuola. Guardo quel corpo, non riesco a trovare nessun difetto. Non so chi sia, perché sia nuda e perché sia sul mio letto. So che devo lasciarle mio figlio, perché io devo andare via e il mio appuntamento è veramente importante. La ragazza (la donna?) inizia a parlare, troppo piano e con la faccia ancora inaccessibile. Mi accuccio per sentire e mi rendo conto che è completamente pazza, che mio figlio sarebbe in pericolo, che devo fare una scelta che non mi piace. Sento che sto per soffocare, sento che non è giusto, che c’è qualcosa che mi ruba l’aria.. la vita?

Il risveglio “violento” di oggi è simile a quello di ieri, in cui rispondevo alla telefonata di un amico che mi aggrediva lasciandomi senza parole. E, ancora, senz’aria. Probabilmente succederà anche domani, in qualche forma più o meno simile. C’è una strettoia e la montagna sta franando. Di giorno tengo tutto sotto controllo, più o meno. Apro e chiudo finestre, ma l’aria non mi manca. E i danni sono limitati. Respiro e penso che troverò la strada. La notte, la violenza soffocata viene fuori, probabilmente quella parte sdraiata e pazza mi assomiglia molto, per l’ostinata tendenza a mantenere un equilibrio che potrebbe non farmi arrivare in tempo al mio importante appuntamento.

IMMAGINE: Foto di 250432 da Pixabay

I got it

Pubblicato: 1 giugno 2020 in 2020
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Foto di chiplanay da Pixabay

Una mamma passa un piccolo gelato al suo bambino di tre anni, forse. Il bambino, contento, fa un po’ il pagliaccio e mi strappa un sorriso. Mi ricorda scene vissute qualche anno fa, lo dico senza tracce di nostalgia. Ma una domanda mi rimane addosso: “Non torneresti indietro, anche solo per un attimo?”

No.

Emozioni, sentimenti, parole. Ci sto facendo i conti oggi. Ho ascoltato voci tenere e dure che mi hanno invitato a scoprimi di più. E io che ho sempre pensato di essere addirittura troppo nuda, ho fatto una fatica tremenda a capire. Ho dovuto abbassare le difese, rileggermi con più umiltà e cercare di vedere con lucidità le mie parole. Ho letto altri stili, altre parole, emozioni e sentimenti.

Ho capito quanto le sfumature rendono viva un’emozione. Che un gesto semplice, come una carezza, può diventare un’esplosione di sensazioni se immaginata, vissuta, sentita, istante dopo istante, lentamente, fotogramma dopo fotogramma, nella ricchezza di particolari che rendono unica una mano che sfiora un viso, il mio viso, provocando reazioni, emozioni e…

..sui sentimenti le cose si complicano. Oggi la mamma con il bambino e il gelato un piccolo graffio me l’hanno lasciato. Nello sguardo del bambino, nel sorriso della mamma, ho visto tracce di un amore incagliato in un abisso troppo profondo da esplorare, ora.

Nuvole, finalmente…

Pubblicato: 13 aprile 2020 in 2020
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Foto di Junior Peres Junior da Pixabay

Cielo azzurro, silenzio, uccellini, sbadigli. Temperatura piacevole. Energia positiva.

Pasqua, Pasquetta, lunedì, martedì o venerdì.. è tutto uguale. Mezza giornata è per me, mezza giornata per la casa e la famiglia. La sera sono stanchissima e mi chiedo perché. Non ha senso andare a letto troppo presto. Mi manca poter rubare qua e là quei dieci minuti di letto e dedicarli a me: non ci sono paletti, posso svegliarmi alle sei come alle dieci e non farebbe nessuna differenza. Nessuna metropolitana da perdere, nessun tram che, cazzo, non passa più (poi ne arrivano quattro tutti insieme, ma è già tardi).

E finalmente salgo, direzione normalità.. e non lo sapevo, non me rendevo conto, ma quanto mi manca, cavolo!

Quindi mi impongo dei paletti, seguendo le direttive: tenere la casa pulita, a modo mio. Fare movimento. Cercare delle idee. Non farmi risucchiare dalle dirette instagram, non troppo almeno. Buttare giù parole, il più possibile, qua e là. E cercare di andare avanti. Guardare tutti quei frammenti che ho scritto, tracciare una storia, finalmente. Perché è lì che sto andando. E’ un sentiero che percorro da qualche anno, senza troppa consapevolezza, all’inizio. Ma procedo instancabilmente verso un’unica direzione.

E’ che poi mi volto, e ho perso l’impronta del passo precedente, un vento amico scompiglia le tracce, per farmi andare avanti in libertà.

Aspetto la pioggia. Voglio che cambi qualcosa. E ora, finalmente, le nuvole.

Fisico bestiale…

Pubblicato: 30 marzo 2020 in 2020
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Photo by pawel szvmanski on Unsplash

Ancora ossessionata dalla bilancia, è una delle cose che non è cambiata mai. Ora, se vogliamo, è peggiorata. Perché sono tanto vicina al frigorifero, dal divano sei o sette passi ed è fatta.

Ma ho un personal trainer. Un implacabile personal trainer. Che sembra dimenticare di avere sedici anni lui, cinquanta tre io… Corsa, corda da saltare, piani da salire. Spazio box del condominio è l’improvvisata palestra, scala B, cinque piani. A volte terminiamo con la plank.

E’ terribile. Questa sensazione di portarmi comunque dei pesi ovunque, quando metto in azione il fisico. Mi assale SEMPRE un senso di goffaggine e inadeguatezza. Mi succede, per esempio, quando vado a camminare con gli amici in montagna. Cosa che adoro. Ho sempre il dubbio di non farcela, di rallentare tutti, di condizionare tutti, o di morire da un momento all’altro: di insufficienza respiratoria o dalla vergogna. Dipende dalle volte. Oppure mi succede quando mi trovo a camminare con un ritmo che non è il mio, anche in percorsi fatti e rifatti mille volte.

Il mio equilibrio perfetto non ha testimoni. Quando cammino da sola, al ritmo che si accorda al mio umore, alla musica che sto ascoltando, o al bisogno di silenzio assoluto, posso camminare ore, senza stancarmi. Veloce o lenta, verso una meta o persa in labirinti mentali, sorridendo o con una terribile voglia di urlare, cantando o grugnendo… Mi sento comunque bene.

Corri mamma! Non ce la faccio! Sì che ce la fai!!

E allora corro, salto, salgo fino al quinto piano. Sentendomi tutti quei chili che ho perso ancora tutti addosso, e mi controllo per capire se è un fantasma o verità. E’ lo specchio distorto della mia testa che ancora zavorra la mia vita. Poi mi raggiunge mio figlio, sudato e sorridente, a rinnovare l’appuntamento per domani. E penso che domani andrà un po’ meglio. Forse.

Dove esplode la meraviglia

Pubblicato: 28 marzo 2020 in 2020
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Spesa. Lista. Esco. Oggi è decisamente primavera. Cambia qualcosa? Il solito innaturale silenzio, poche anime, distanza di sicurezza.
Fila, poca: il pomeriggio i piccoli supermercati di provincia sono quasi deserti. Percorro i pochi corridoi due o tre volte, la mia lista è caotica, come me. Poi mi avvicino alle casse. Riguardo il mio elenco: preso.. preso .. preso … Ok, ho tutto!

Metto la spesa sul rullo della cassa (si chiama così??), tessera punti, inizio a riempire il mio sacchetto.

“Tutto bene?”. Non mi rendo conto subito che sta parlando con me. Non sono più abituata. Ma un tonfo al cuore mi risintonizza con la realtà. Sento che mi sto commuovendo. Rispondo con un entusiasta: “Si, grazie!! E tu?”. Mi parla qualche minuto, pago, saluto ed esco.

Ancora sotto shock. Perché mi sono resa conto di essermi arresa a questa quotidianità: siamo tutti qui, nello stesso posto, mai così lontani. Le traiettorie non si incrociano più. Sappiamo che ci sarà un giorno in cui non sarà più strano stare fuori. Salire in metropolitana,  con tutti i ragazzi che vanno finalmente a scuola, ed essere felice di tanto rumore, calore umano, troppo poco spazio per contenerci tutti. Perché tanta vita è di gran lunga più entusiasmante di questo angosciante vuoto.

Ho una gran voglia di stupirmi. Di sentirmi stravolgere da una meravigliosa normalità. Risistemare i piccoli pezzi di un puzzle che non vedevo nemmeno più. Cancellare gli sguardi diffidenti. Sorridere. Abbracciare. Entrare e uscire. E camminare, finalmente. Camminare. Oltre i duecento metri. Oltre i diecimila passi. Oltre questo maledetto virus!

Camera 1 – camera 2 – Divano: ambarabà ciccì coccò… a me tocca il divano, bene! Più spazio, più aria, grande finestra su quel che resta del mondo. Non posso chiudere la porta, è uno spazio aperto, ma loro si chiudono, e da qualche anno le porte chiuse non le sopporto più.

Guardo la mia fotografia, pixel dopo pixel, l’istante precedente a quando tutto si è fermato. Ripenso a ogni passo fatto negli ultimi mesi, che aveva senso e coerenza rispetto al precedente. E a quello successivo. Anche tutto questo?

Un giorno ripartiremo. Certo. Verso dove? Ho perso la direzione! E quando la mia testa sorvola questi territori è finita, vengo catapultata in una dimensione da incubo, il vuoto si apre dentro di me, basta veramente poco. Quindi prendo un libro, o scrivo, o abbraccio Giò. Sono tutti salvagenti: ritrovo un mio equilibrio.

Sinceramente. Se l’istantanea fosse stata di un attimo qualunque di tre anni fa, non so come ne sarei… ne saremo usciti. Vivi o morti? A pezzi sicuramente. Si respirava rabbia, frustrazione, solitudine. Talvolta odio. Mi era esplosa dentro l’urgenza del cambiamento, perché stavo progressivamente morendo e finalmente me ne ero accorta. Avevo capito. E reagito. Ma la forza era poca.

I diecimila passi, la dieta, il lavoro, vecchi e nuovi amici, il corso di scrittura, il tirocinio…. Era una partita a scacchi con la vita, ogni mossa era indissolubilmente legata alla contromossa dell’avversario, il destino. La cosa importante è che tutto andava, in certi momenti a una velocità impressionante. Poi rallentava e poi riprendeva. Non si fermava mai. Una sorta di otto volante a moto perpetuo, continui alti e bassi, lunghe salite e vorticose discese. Ogni giro distruggevo un tabù, ogni marmorea credenza inculcatami negli anni perdeva improvvisamente senso, si sbriciolava, lasciando spazio a nuove incredibili avventure, di cui ignoravo persino l’esistenza.

Ecco. Fosse successo tre anni fa, probabilmente avrei pagato un pezzo molto alto, forse senza rendermene conto, veramente. Oggi è faticoso, doloroso, frustrante. Assurdo. Ma preferisco pensare anchi’io che, alla fine, TUTTO ANDRA’ BENE

Oltre il disprezzo

Pubblicato: 20 marzo 2020 in 2020
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Foto di Foundry Co da Pixabay

Il mio orologio mi dice che questa notte ho dormito tre ore e quaranta minuti, con solo 38 minuti di sonno profondo. Ieri sera ero un concentrato di pensieri che sto iniziando a dipanare piano piano scrivendo. Ecco la mia opportunità.

L’ennesima crisi è arrivata quasi inaspettata, a mezzogiorno. Nel mio iniziale mutismo c’era in realtà un fermento per valutare il profilo da tenere. Quello comodo, in cui la spettatrice di uno spettacolo già visto applaude o fischia alle battute dei protagonisti.

Oppure no. Era forse il momento di cercare di aprire un varco, far passare un messaggio, essere parte attiva. Ho stupidamente optato per questa strada.

Penso che se avessi l’opportunità di diventare invisibile e ascoltare le opinioni degli altri su di me non vista probabilmente non sarebbe tutto così scontato. Nel bene e nel male. Solo di una persona mi è chiaro il disprezzo, anche quando cerca di dissimularlo, anche quando lo nega giurando sulle cose più care, non ce la fa, mi arriva. E così… L’onda mi è arrivata addosso, al di là delle parole.

Ma non mi ha fatto niente. Anzi. C’è tanta libertà oltre il disprezzo. Forse tempo fa avrei lottato per farmi capire. Avrei sentito un dolore, avrei cercato di urlare: guardami, cazzo! non lo vedi chi sono??

Oggi no. Oggi lo so, l’ho capito finalmente: non ne vale proprio più la pena.

Domani è un’altra storia

Pubblicato: 17 marzo 2020 in 2020
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È che alla fine ci si abitua. Siamo in gabbia e la gabbia si affronta giorno per giorno: ogni notte mi piacerebbe sapere di potermi risvegliare in un mondo guarito. E un po’ è così. Siamo costretti a fare pulizia, rivedere le priorità, spostare il focus della giornata. Non dare più nulla per scontato.

È che è bello anche desiderare e come mai prima mi è permesso volare con la fantasia, non è perdita di tempo, superficialità o leggerezza. Sopravvivenza. E io volo.

È che le scintille di rabbia le vedo e le schivo, evitando di farmi coinvolgere. Perché per mantenere il sorriso, nonostante tutto, posso solo ripetere fino alla noia che non ha senso. Non ha senso sbattere porte o urlare parolacce, resta tutto dentro casa e la portata è amplificata. Non ha senso non parlarsi. Non ha senso evitarsi. Ma se proprio lo volete fare fatelo, io non centro più.

Io cerco il mio sorriso ogni singolo minuto che non posso uscire. Io cerco una leggerezza che mi faccia proiettare a domani, perché domani arriverà, quel domani in cui il mondo sarà guarito, quando potremo scegliere una vita che inevitabilmente non sarà più semplicemente quella di prima. Viaggio con l’istinto a farmi da navigatore, scoprendo e riscoprendo quello che mi dà piacere. Viaggio nelle parole, le mie ma non solo, per trovare quelle che più mi assomigliano, che meglio possano dare forma alle mie idee.

Poi .. sì, mi manca. Proprio a me, che sembro sempre schivare ogni contatto, per pudore o paura, ecco: mi mancano. Gli abbracci, le strette di mano, la vicinanza. Il vuoto che ci separa mi sembra innaturale. Si dice che è da lontano che si capiscono le cose essenziali. Ma è nel calore del contatto che ci si può sentire veramente a casa.